Presentazione di Contro l’ISIS

Sabato 18 febbraio alle ore 17.30 presso la Sala Allende, Savignano sul Rubicone (FC)

parleremo del libro ” Contro l’ISIS. Le fatwa delle autorità religiose musulmane contro il califfato di Al Baghdadi” a cura di Marisa Iannucci, Pozzi Editore 2016

Insieme all’autrice L’Imam Mustafa Soufi, presidente del Congresso islamico europeo degli imam e delle guide religiose.volantino-contro-isis-savignano

Comunicato Stampa 08/01/2013

Il Comitato UNA MOSCHEA PER LA CITTA’ e l’associazione LIFE esprimono soddisfazione per l’impegno preso dal Sindaco Matteucci rispetto alle denunce da noi presentate il 29 dicembre sulla gestione del Centro Islamico a Ravenna. Vogliamo però manifestare la nostra costernazione per l’inquietante silenzio, pubblico e privato, dei vertici del CCSIR seguito alla Conferenza stampa del  29/12/2012 e alle dichiarazioni del Sindaco. Che non abbiano risposto alla comunità, non ci sorprende. Abbiamo già denunciato tale arrogante atteggiamento, che perdura da anni. Ciò che ci sembra grave oggi è che non abbiano sentito il bisogno di fare chiarezza sulla loro posizione neppure di fronte alle istituzioni della nostra città, che hanno espresso attraverso il Sindaco profonda preoccupazione a riguardo, e all’opinione pubblica ravennate. Ci chiediamo ancora una
volta se questi individui (il cui incarico formale è peraltro scaduto) che hanno un tale atteggiamento sprezzante nei confronti della città e delle sue istituzioni possano essere ancora considerati dalla nostra amministrazione interlocutori validi, e in quale misura essi possano pretendere di rappresentare la comunità musulmana, se si sottraggono, anche a fronte di una richiesta pubblica, a qualsiasi confronto.
Chiediamo inoltre, pubblicamente, la solidarietà della società civile ravennate, e sollecitiamo l’attenzione degli assessori comunali che si occupano delle tematiche inerenti alle politiche di genere, alla partecipazione sociale, all’immigrazione e al volontariato, finora rimasti in silenzio.
Inoltre riteniamo che la complessa e grave situazione emersa dalla denuncia dell’associazione LIFE richieda la condivisione e il sostegno delle associazioni femminili e delle tante realtà associative ravennati impegnate nella difesa dei diritti delle donne, o almeno l’interesse. In questo fondamentale momento della nostra storia di comunità, è importante condividere e dibattere questi problemi con una pluralità di sguardi e di contributi: ci auguriamo che emergano posizioni, anche distanti, che vogliano affrontare seriamente le problematiche poste. Non siamo d’accordo con chi afferma in modo strumentale che la comunità è spaccata o che questa vicenda possa danneggiare l’immagine dei musulmani. Al contrario, la comunità musulmana si è unita, uomini e donne insieme, in un’azione civile di partecipazione, e ha coinvolto la città, sentendosene parte integrante. A nostro
avviso l’unica immagine che è utile avere è quella reale, di una comunità di persone vere, non disegnata a tavolino dalle opportunità politiche; con il diritto di discutere al proprio interno e di essere in disaccordo, come chiunque altro.
Riteniamo che questa vicenda, seppure dolorosa, offra a noi tutti un’importante occasione di crescita morale e culturale e sia una concreta esperienza di dialogo e integrazione per la nostra città, che non attenti l’ordine pubblico, bensì conduca verso una maggiore coesione sociale sui valori e le istituzioni comuni: siamo sicuri che Ravenna risponderà positivamente a tali importanti sollecitazioni e che le istituzioni vorranno impegnarsi in tal senso.

Comitato “ Una moschea per la città”
unamoscheaperlacitta@libero.it
Associazione LIFE onlus
info@lifeonlus.org

Conferenza Stampa

Indetta da: associazione LIFE onlus, e il Comitato “UNA MOSCHEA PER LA CITTA’”
In seguito agli avvenimenti accaduti sabato 22 dicembre presso la moschea di via Ravegnana, e in previsione dell’apertura della moschea alle Bassette, le associazioni scriventi e gli aderenti al comitato desiderano chiarire pubblicamente la loro posizione circa l’attuale amministrazione della moschea, anche in virtù delle problematiche sorte sabato 22/12/12 e nei mesi precedenti a causa della mancata rielezione degli organi elettivi della comunità musulmana a Ravenna.
La moschea che si sta costruendo, potrebbe diventare un ghetto nella zona industriale di Ravenna, oppure, come ha desiderato fin dall’inizio la comunità, un ulteriore patrimonio della città, luogo aperto e dialogante. Ma perché sia così è necessario che la comunità musulmana ravennate offra alla città la massima trasparenza e apertura culturale, con l’obiettivo di migliorare l’inserimento sociale e l’integrazione dei cittadini musulmani, sviluppando concretamente la coesione e la condivisione di valori e diritti nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica.
Il COMITATO UNA MOSCHEA PER LA CITTA’ è nato a Ravenna per sostenere il carattere democratico del nostro luogo di culto, sia nella gestione interna che nel rapporto con la cittadinanza, per vigilare sul rispetto dei valori della partecipazione, delle pari opportunità, della trasparenza; per favorire la cultura dei diritti e preservare la comunità dall’ingerenza di correnti politiche pseudo-religiose, garantendo al luogo di culto, centro della vita comunitaria, un carattere di massima trasparenza e dignità.

I temi e le richieste:

  • La trasparenza nella gestione della moschea in tutti i suoi aspetti; elettività delle cariche di rappresentanza, e spirito di condivisione e collegialità nell’indirizzo della stessa.
  • La piena partecipazione dei membri della comunità e una gestione democratica per garantire la rappresentanza della comunità tramite gli organismi eletti e una vita comunitaria rispettosa della libertà di espressione.
  • Il pieno rispetto delle donne e degli uomini, dei loro diritti e delle pari opportunità. A partire dalla denuncia delle donne dell’associazione LIFE, del difficile rapporto avuto in questi anni con una gestione patriarcale e autoritaria nei loro confronti, portata avanti dall’attuale amministrazione della moschea, vogliamo rendere noto alla città e alle sue istituzioni, che hanno lodevolmente appoggiato la costruzione della nuova moschea, tale situazione al fine di combattere la cultura sessista e discriminatoria di una
    minoranza, che non appartiene alla nostra comunità, né alla nostra religione e diffondere una cultura di equità e rispetto nei rapporti di genere.

La CONFERENZA STAMPA è indetta per il giorno sabato 29 dicembre 2012 alle ore 11e30, nella sede dell’associazione LIFE, in via
Ravegnana 359 (portone adiacente al bar Rita)

A proposito di matrimonio: un seminario di studi per decostruire i luoghi comuni

RAVENNA, 18 DICEMBRE 2010

“Noi riteniamo che [la] cultura che prende di mira le donne […] vada combattuta insieme. Dobbiamo cercare tutte le soluzioni possibili per sconfiggere questo pensiero […]perché crediamo alla sacralità della vita e alla parità tra uomo e donna”.  Con queste parole l’associazione culturale “Centro Minhaj-ul-Quran”, le Associazioni Pakistane di Modena e Reggio Emilia e il presidente dell’associazione M.L.N.W. rispondevano alle accuse rivolte alla “comunità pakistana” presente in Italia, all’indomani dell’omicidio di Shehnaz Begum da parte del marito. L’uccisione della donna rappresenta l’estrema conseguenza della sua ferma opposizione al matrimonio imposto alla figlia. I titoli dei giornali, all’indomani, attribuivano l’atto del marito ad una punizione nei confronti di una moglie ormai “troppo occidentale” per accettare quello che si configurerebbe come un “istituto tradizionale della cultura islamica”.

18.12.10-1Da questo scambio mediatico hanno preso spunto numerose riflessioni, alcune delle quali sono state condivise nel corso di un seminario di studi A proposito di Matrimonio, promosso dalla Associazione Femminile Maschile Plurale e da Lega Life, con la collaborazione della Casa delle Culture e della rete Civile contro il Razzismo e la Xenofobia, che si è svolto sabato 18 dicembre presso la Casa delle Culture di Ravenna. Il pubblico, composto da rappresentanti di associazioni (Liljana Picari portavoce di Ravenna Solidarietà, Marinella Gondolini di Città Meticcia, Angelo Morini del Movimento Federalista Europeo), istituzioni (Giovanna Piaia, assessore alle Pari Opportunità del Comune di Ravenna  e Raffaella Sutter dirigente del Comune di Ravenna), sindacati  (Mirella Rossi Ufficio Immigrati CGIL e Rete Civile), numerosi rappresentanti di altre associazioni aderenti alla Rete, ma anche da liberi uditori (giovani del corso di laurea in cooperazione internazionale e della comunità islamica di Ravenna), ha seguito gli interventi di Ada Assirelli e Maria Paola Patuelli dell’associazione Femminile Maschile Plurale, di  Marisa Iannucci, presidentessa dell’associazione Life e di Barbara Sorgoni, ricercatrice e docente presso la sede ravennate dell’Università di Bologna. Una mattinata di intenso lavoro, con, durante il breve intervallo, un delizioso tè alla menta, che ha facilitato la reciproca conoscenza e il dialogo.

Ada Assirelli ha spiegato come l’esigenza di organizzare un incontro di questo tipo sia scaturita da una riflessione a proposito dell’appello lanciato, all’epoca dei fatti, dall’associazione Trama di Terre di Faenza: in esso, si poteva leggere la rivendicazione di un diritto all’emancipazione da parte delle giovani immigrate in Italia, le quali  “sperano e sognano di poter studiare, lavorare, non sottostare alle violenze patriarcali e religiose[1]”. “Per molte di loro”, continuava il comunicato, “vivere in Italia sotto una pesante tradizione significa perdere quei diritti che in alcuni dei loro Paesi di origine sono ormai legge”. Sull’onda delle emozioni causate dal drammatico episodio, molte persone avevano firmato l’appello. Ad un esame più attento del testo, però, alcune espressioni come “violenze patriarcali e religiose” e “ pesante tradizione” sono apparse fuorvianti ed hanno suscitato alcuni interrogativi: cosa si dovrebbe intendere per  “violenze religiose”? Che cos’è “tradizione” e che cosa non lo è? Qual è la differenza tra cultura, tradizione e religione e perché non solo sui mass media, ma anche nel linguaggio corrente, questi termini vengono spesso considerati quasi intercambiabili?

Per cercare di dare risposta a tali questioni, Maria Paola Patuelli ha proposto una sintesi del percorso storico del 18.12.10-1matrimonio nella storia “occidentale”: dal contratto, stipulato e valido solo con il consenso paterno, che sanciva l’unione matrimoniale nella Grecia classica; alla sacralizzazione del matrimonio ad opera della Chiesa medievale in contraddizione con il dettato evangelico, come sottolinea Lutero, che non parla di matrimonio in termini  di sacramento, al recupero della dimensione civile del matrimonio in seguito alla rivoluzione francese, fino ad arrivare alle dispute in seno all’assemblea costituente italiana perché all’unione matrimoniale non fosse imposta de lege l’indissolubilità; fino alla legge del 1970 che laicizza definitivamente il matrimonio, rendendo il divorzio possibile.

Marisa Iannucci ha descritto il matrimonio così come viene disciplinato dalle due principali fonti normative dell’Islam sunnita: il Corano e la Sunna. In particolare, si è soffermata sull’importanza dell’innovazione giuridica che la religione islamica ha comportato in seno alle società con le quali è entrata in contatto: in molti casi, infatti, esistevano molteplici fattispecie assimilabili al matrimonio, nessuna delle quali prevedeva necessariamente il libero consenso di entrambi gli sposi. L’islam, invece, prevede una disciplina rigorosa di quello che si configura come un contratto di diritto privato, dove è richiesto il consenso esplicito di entrambi i soggetti coinvolti alla presenza di due testimoni. Di conseguenza il matrimonio forzato non solo non è né incoraggiato né consentito, ma non produce nemmeno effetti giuridici perché non è valido.

Diverso è il caso del matrimonio combinato, per il quale è comunque necessario il consenso dei due sposi. Questi ultimi, però, potrebbero essere sottoposti a pressioni e ricatti finalizzati ad estorcere loro un parere positivo, nel quadro di strategie volte a mantenere l’equilibrio sociale, oppure ad aumentare il prestigio delle famiglie coinvolte. Tali prassi che, beninteso, rappresentano l’eccezione e non la regola, non trovano comunque alcuna giustificazione nel contesto della religione islamica, ma possono avere un peso rilevantissimo per gli individui i quali, in caso di dissenso, rischiano l’allontanamento dalla comunità. A questo proposito, Iannucci ha evidenziato come soprattutto nel caso dei migranti, l’esclusione dal gruppo dei connazionali presenti sul territorio ospitante può tradursi in una vera e propria “morte sociale”.

18.12.10-3In assenza di Patrizia Khadija Dal Monte, responsabile in Italia della campagna “ Mano nella mano contro i matrimoni forzati” dello SPIOR, Iannucci ha poi spiegato brevemente i contenuti e le finalità della campagna promossa da tale organizzazione: sensibilizzare i fedeli musulmani presenti in Europa, collaborando con le autorità religiose affinché diffondano un’immagine dell’istituto del matrimonio coerente con i principi di equità sanciti dalla religione islamica.

L’intervento finale di Barbara Sorgoni ha seguito un percorso circolare, iniziato e concluso a partire dal concetto di “cultura”, ricordando come questo termine – centrale per gli studi antropologici – venga oggi utilizzato in ambiti diversissimi e con significati molteplici non sempre dichiarati, e sia quindi costantemente esposto al rischio di distorsioni o strumentalizzazioni. Il primo tema affrontato dagli antropologi dell’800 è proprio quella “parentela” che oggi, nel contesto occidentale, si ritiene spesso priva di significato. Attraverso esempi diretti, Sorgoni ha mostrato come l’uso del termine “naturale” per descrivere un legame di parentela sia assolutamente improprio: la parentela è, piuttosto, un legame costruito socialmente. In questo senso, il matrimonio si configura come il riconoscimento socialmente accettabile dell’unione tra due individui, che ha due finalità fondamentali: legittimare tale unione e la discendenza che ne deriva, e creare alleanze tra gruppi (non a caso, anche nel rituale previsto dal matrimonio cattolico è il padre che accompagna sua figlia all’altare consegnandola al marito). Tali alleanze possono consentire ai membri dei rispettivi gruppi di acquisire diritti, vantaggi o privilegi e di modificare il proprio status economico e sociale.

Quando però accade – come riferito da alcuni membri della comunità pakistana in Norvegia – che il termine “visuna” che tradizionalmente significa “visto”, venga invece utilizzato per indicare ogni ragazza di origini pakistane e cittadinanza norvegese che, se sposata (anche contro il proprio consenso), consente ad un individuo e alla sua famiglia l’ingresso in Europa, difficilmente possiamo parlare di matrimonio “islamico” o  “tradizionale”. Piuttosto, la tradizione dei matrimoni combinati serve qui per mascherare istanze transnazionali del tutto moderne.  Termini come “cultura” e “tradizione” vengono sempre più spesso utilizzati per descrivere comunità immaginate come immerse e intrappolate in consuetudini ataviche ed immobili. Comunità di questo tipo non esistono; al contrario, tali concetti trovano il loro senso solo se posti in un rapporto dinamico e dialettico con la realtà storica e sociale nella quale vivono gli individui.

Il dibattito che ne è seguito ha ribadito ancora una volta come l’uso improprio di certi termini può dar origine a categorie fittizie, come quelle di “culture violente” o “scontri di culture”, di “islam” più o meno moderato o integralista, che non solo non rispondono adeguatamente al bisogno di raccontare ed analizzare la realtà, ma rischiano di prestarsi a strumentalizzazioni semplicistiche e, soprattutto, a scelte politiche discriminatorie e pericolose. La via di uscita non può che passare per il confronto aperto e costruttivo tra persone portatrici di storie diverse.

L’impegno, a conclusione del seminario, è stato quello di continuare la collaborazione e di portare “lo spirito” del confronto ovunque sia possibile, o necessario: nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle varie aggregazioni sociali.

 

Ravenna, 21 dicembre 2010

RESOCONTO A CURA di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Maria Paola Patuelli, Barbara Sorgoni, Elena Starna

Programma SEMINARIO A proposito di matrimonio

Comunicato Stampa 18.12.10

[1] http://www.tramaditerre.org/tdt/articles/art_5709.html

Incontro con Kifah Addara, promotrice della Cooperativa delle Donne di At-Tuwani, Palestina

Domenica 28 novembre 2010 abbiamo  incontrato presso la sede LIFE a Ravenna, Kifah Addara, fondatrice e responsabile della Cooperativa delle Donne di At-Tuwani, villaggio palestinese situato nella Cisgiordania.
At-Tuwani e’ un villaggio rurale di circa 200 persone, in un’area a sud di Hebron, occupata militarmente dall’esercito israeliano e dagli insediamenti dei coloni. Gli abitanti attuano una resistenza nonviolenta che coinvolge tutto il villaggio donne uomini e bambini. Kifah ci ha raccontato la loro situazione, simile a quella di altri villaggi nella zona; un’occupazione violenta, e una quotidianità tragica, difficile. Le coltivazioni distrutte, il grano e i raccolti bruciatoi o rubati.  I coloni avvelenano i pozzi dell’acqua e il bestiame, rubano gli animali affidati ai bambini terrorizzandoli con le armi.

L’economia del villaggio si è fermata, a causa di questa occupazione che Kifah ha definito “un’occupazione contro la vita”. Non ci sono infatti i mezzi nemmeno per la sopravvivenza. Qualche anno fa, di fronte a questo stato delle cose le donne del paese hanno iniziato a riflettere sul da farsi per creare un’alternativa alle tradizionali attività ormai divenute impossibili da esercitare.

kifah1E’ nata così la Cooperativa delle Donne. Inizialmente un gruppo di sette donne hanno iniziato a produrre oggetti di artigianato locale, e cercato canali di vendita dei prodotti tramite alcune associazioni umanitarie internazionali.  Ci sono state inizialmente resistenze da parte degli uomini, che vedevano con preoccupazione il lavoro fuori casa delle donne. Ma il sostegno del capo del villaggio, e i primi risultati positivi, che hanno portato un concreto  miglioramento nelle vite delle famiglie, hanno spinto gli uomini a mettere in discussione le loro reticenze e guardare l’iniziativa con altri occhi, giudicandola alla fine importante e non in contraddizione con i loro principi. E’ un altro lato del nostro impegno, ci dice la fondatrice della cooperativa delle donne: contro l’occupazione, ma anche per cambiare  una mentalità maschile che vede molto ridotto  il ruolo delle donne nella società.

Le donne della cooperativa adesso sono trentotto e alcuni volontari nordamericani si sono stabiliti nel villaggio; ci racconta Kifah che con la loro presenza (fino a qualche anno fa non c’erano stranieri) la situazione è migliorata molto,.

Con i guadagni del lavoro della cooperativa hanno costruito una scuola per i loro bambini. Gli israeliani impediscono nella zona, che hanno dichiarato militare, la costruzione di qualsiasi edificio: le foto ci mostrano che le persone vivono nelle grotte, perché non possono costruire case. E’ stato negato più volte il permesso di costruire un consultorio, per assistere le donne gravide. Alcuni video riportano le testimonianze di donne che nelle grotte hanno partorito, senza nessuna assistenza medica, perché i posti di blocco non consentono un ‘immediato intervento di soccorso sanitario. Enormi blocchi di cemento vengono disseminati dai soldati sulla strada che porta al villaggio per impedire il passaggio delle auto: gli abitanti li rimuovono dalla strada con le mani.

tuwani1La costruzione della scuola di Attuwani si è compiuta di notte. Gli israeliani arrestavano e trattenevano per mesi gli uomini colti a lavorarvi e per rilasciarli era necessario pagare pesanti cauzioni; allora hanno iniziato a lavorare di notte, mentre le donne e i bambini facevano la guardia sulle colline. La costruzione del tetto ha visto impegnati tutti del villaggio, anche i bambini, e l’hanno ultimato in una notte. La scuola è stata poi demolita dai soldati, e ricostruita. Con lo stesso metodo è stato costruito un ambulatorio e una piccola moschea, demoliti anch’essi dai soldati, e poi ricostruiti. Dice Kifah: ricostruiremo tutto, sempre.

Anche dai villaggi vicini arrivano i bambini per studiare nella scuola di Attuwani: 15 minuti di cammino diventano due ore, tra i blocchi dei soldati, minacce e percosse, con i volontari stranieri a fare scudo. I volontari hanno una funzione di tutela, in molte situazioni a rischio, come ad esempio accompagnare i bambini lungo il percorso per andare a scuola, difendendoli dalle aggressioni dei militari israeliani. Diversi di loro hanno riportato ferite significative durante lo svolgimento di questo compito.

Dopo anni di rTuwani_roadblockichieste, è arrivata la promessa della luce elettrica nel villaggio grazie all’intervento del primo ministro britannico. In realtà poi sono arrivati solo i pali di sostegno di una rete elettrica mai realizzata, poi rimossi dall’esercito che è entrato in paese con i carri armati. In quell’occasione una cordata di donne e bambini hanno cercato di fermarli, tra lacrimogeni e violenze. Kifah ci ha raccontato di due donne soldato che hanno rifiutato di picchiare i bambini. Hanno detto ai loro superiori:  per noi anche gli animali hanno un anima, perché loro non devono averla?

Sentito questo le chiediamo loro: cosa dicono i cittadini israeliani, di questi fatti? Ci sono israeliani solidali con voi?

“ Gli israeliani che vivono nelle città – ci dice- hanno tutto, una vita agiata e non hanno bisogno di uscirne. Forse non immaginano nemmeno l’inferno in cui viviamo, la TV non parla di cosa accade nei villaggi. C’è il modo di informarsi ovviamente, internet e tv satellitari, ma non c’è l’interesse per la maggior parte delle persone”.

Inoltre per quei pochi che vorrebbero venire a  vedere non è facile, ci vogliono permessi per muoversi e si impiegano mesi per venire da noi . Noi donne palestinesi dobbiamo cercare occasioni di incontro con le donne israeliane, parlare con loro e raccontare quello che accade.”

Ogni sabato Kifah e le altre donne si recano al lavoro con i volontari delle associazioni umanitarie (il sabato è festivo ed è meno rigido il controllo) e girano filmati per diffonderli il più possibile.

Guardiamo alcuni di questi filmati e ascoltiamo anche Joy, la volontaria di Humanity Toghether che vive da due anni ad Attuwani e ha accompagnato Kifah in Italia.

attuwani2Hanno fatto molti incontri con associazioni in diverse città italiane in questi giorni, cosa sperano rimanga della loro testimonianza? In questo pomeriggio trascorso insieme le parole di Kifah sono state poche, semplici. Anche ora ci risponde con poche parole, concrete, e disarmanti.

“ Il mio messaggio è che noi abbiamo un diritto. Il più forte non è chi ha le armi, ma chi ha un diritto. La nostra forza viene da qui, ed è per questo che anche se abbiamo davanti un paese potente, e che ha molti mezzi, noi continueremo a lottare.”

Resoconto dell’incontro a cura di Marisa Iannucci – Associazione LIFE

Foto: Humanity Toghether